Ecco perché l’essere umano “nasce” 3 volte

  • 30 Aprile 2021 |
  • Pubblicato in Bioetica

Risurrezione versus transumanesimo: la santità è la vera forma di perfezione umana

Di Maria Luisa Donatiello.

È Forse infondato teorizzare nella vita dell’essere umano tre possibili momenti di “inizio vita”? Tre stati dell’esistenza distinti, ma cruciali? Si potrebbe, alla luce della fede, affermare che l’essere umano, creato eterno da Dio già allo stato embrionale, “nasce” tre volte. Il concepimento rappresenta la prima nascita in cui avviene, ad opera di Dio, la creazione dell’anima insieme alle cellule che si svilupperanno fino a formare il corpo, il parto è la seconda nascita, quando la persona viene alla luce per vivere su questa Terra e la terza nascita definitiva ed eterna avverrà dopo la morte per mezzo della risurrezione, in virtù di Cristo, quando acquisiremo un corpo glorioso. Per dirla come Chiara Corbella ci ha insegnato, lei morta a soli 28 anni in odore di santità, “siamo nati per l’eternità per non morire mai più”, questa frase per un cristiano è da assurgere a postulato!

La Risurrezione di Cristo e degli esseri umani in virtù di Lui è infatti il fondamento della nostra fede cattolica: “Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.” (1Cor 15, 12-14)

Perciò i tentativi di eliminare dall’esistenza umana ciò che è considerato spiacevole come vecchiaia, sofferenza, morte non possono avere un fondamento cristiano e hanno portato allo sviluppo di pericolose teorie quali il Transumanesimo e il Postumanesimo che pongono sullo stesso piano gli esseri umani, animali e le intelligenze artificiali, svilendo così la natura umana che viene privata della consapevolezza di possedere, fin dall’origine, un’anima immortale e negando all’uomo ogni prospettiva trascendente.

        La prof.ssa Elena Postigo Solana (Professore Associato di Bioetica e Antropologia presso l’Universidad CEU S. Pablo, Madrid) in un articolo dal titolo “Transumanesimo e postumano: principi teorici e implicazioni bioetiche”, pubblicato sulla rivista internazionale di bioetica “Medicina e morale”, scrive, citando la definizione di transumanesimo delineata dal filosofo svedese Nick Bostrom,: “Il transumanesimo è stato definito come “un movimento culturale, intellettuale e scientifico, che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati e non necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e persino, l’essere mortali. […] È sempre Bostrom a precisare una distinzione tra un “transumano”, che sarebbe un essere umano in fase di transizione verso il postumano, vale a dire, qualcuno con capacità fisiche, intellettuali e psicologiche “migliori” rispetto ad un “umano normale”; e un “postumano”, che sarebbe un essere (non determina se naturale o artificiale) che ha le seguenti caratteristiche: aspettative di vita superiori ai 500 anni, capacità cognitive due volte al di sopra del massimo possibile per l’uomo attuale, controllo degli input sensoriali, senza sofferenza psicologica. […] Il transumanesimo è fautore del benessere per tutti gli esseri senzienti (siano questi umani, intelligenze artificiali, animali o potenziali extraterrestri) ed include molti principi dell’umanesimo moderno.”

I risvolti etico-morali di tali teorie sono evidentemente tragici in quanto conducono l’uomo ad un’esistenza priva della vera speranza che risiede nella consapevolezza della risurrezione e della vita eterna: si banalizza il senso del dolore e della sofferenza, condizioni che è lecito tentare di alleviare mediante i progressi medico scientifici, ma che non sono prive di senso, la lettera apostolica di Papa Giovanni Paolo II “Salvifici doloris” (1984) infatti è tutta incentrata sul tema della sofferenza come mezzo salvifico.

Il cristiano è certo che l’essere umano è amato da Dio perché Sua creatura ed è consapevole di essere chiamato all’eternità, ma ciò che attanaglia ogni uomo è la paura della morte. È giusto tentare di vincere la morte fisica? Per un cristiano la risposta è negativa! Non è lecito tentare di superare, di vincere la morte fisica perché l’uomo tende per sua natura a Dio, come un bambino cerca la mamma l’essere umano cerca Dio e si dà pace solo quando da Dio si fa trovare, perciò non ha senso vivere in eterno su questa terra e cercare con ogni mezzo di allungare i nostri giorni. La natura dell’uomo viene svilita se si persegue l’idolo della salute ad ogni costo e della lunga vita. Il potere sull’esistenza umana spetta solo a Dio! Così quando l’uomo tenta di sostituirsi a Dio in materia di vita e di morte cade nel peccato rovinoso e demoniaco della superbia perché tendere alla perfezione si può, ma soltanto per mezzo di Cristo che ci conduce alla santità che è vera forma di perfezione umana e strada privilegiata per la vera immortalità: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Mt 16, 25-26)

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Gesù: un testimone oculare extrabiblico assiste ad un miracolo

9 Ottobre 2014

Secondo Ignazio Perrucci, uno storico ed archivista che lavora per gli immensi archivi vaticani, con il compito di analizzare e classificare circa 6mila documenti da poco scoperti in quell'archivio, potrebbe trattarsi di un documento eccezionale. Si tratta di uno scritto dello storico dell'antica Roma Gaio Velleio Patercolo che conterrebbe la prima testimonianza oculare di un miracolo di Gesù non descritta da uno degli evangelisti, la resurrezione di un bambino nato morto. Patercolo è uno storico romano vissuto all'epoca dell'imperatore Tiberio e morto si presume intorno al 31 dopo Cristo, la cui opera da molti è stata criticata per essere troppo omaggiante nei confronti dello stesso Tiberio. Proprio poco prima della sua presunta morte, lo storico era tornato da un viaggio in medio oriente che racconta in questo documento. Ma soprattutto quello che ha attirato Perrucci è la descrizione di un evento che ebbe luogo nella città di Sebastia negli attuali territori palestinesi cosiddetti del West Bank. Patercolo descrive l'arrivo in città di un leader con un gruppo di discepoli e seguaci che fece accorrere sul luogo molti abitanti delle zone vicine. Il nome di costui, come si legge, è Iesous de Nazarenus, la traduzione greco latina del nome ebraico di Gesù, Yeshua haNotzri. Nel racconto si legge che Gesù va a visitare una donna di nome Elisheba che ha messo alla luce un bambino nato morto. Patercolo, che assiste a tutta la scena, dice che Gesù prese il bambino, recitò una preghiera definita "incomprensibile" e riportò quasi immediatamente alla vita il bimbo. Il documento è stato sottoposto  a molti esami e sembra essere proprio del primo secolo dopo Cristo, tra il 20 e il 45 dopo Cristo. Insomma, a parte i vangeli, questa sarebbe la prima documentazione scritta storica da parte di qualcuno che non era un autore dei vangeli stessi, e neppure un ebreo, di un miracolo di Gesù e della sua stessa esistenza.

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