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Laurea in Teologia Dogmatica presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

Veritas semper una est.

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Il Papa: basta "protagonismi" e "abusi", limite al mandato di chi guida movimenti.

  • 13 Giugno 2021 |

papa francesco07Stop ai mandati illimitati per coloro che governano le associazioni internazionali di fedeli riconosciute o erette dalla Sede Apostolica e soggette alla vigilanza diretta del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha emanato un Decreto generale che ha forza di legge e che regola la durata e il numero dei mandati di governo (con un massimo di 10 anni consecutivi) nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e la necessaria rappresentatività dei membri al processo di elezione dell’organo di governo internazionale.
Il provvedimento approvato in forma specifica da papa Francesco e promulgato l'11 giugno 2021, entrerà in vigore fra tre mesi. Scopo del Decreto è la promozione di “un sano ricambio” nelle cariche di governo, in modo che l'autorità sia esercitata come autentico servizio che si articola nella comunione ecclesiale.
     
Una vera e propria rivoluzione che coinvolge milioni di fedeli in tutto il mondo. Dai Focolarini al Cammino Neocatecumenale, dal Rinnovamento Carismatico agli Scout, fino a Comunione e Liberazione e Sant'Egidio. Chi è a capo di questi gruppi avrà un mandato di non più di cinque anni, e un massimo di dieci anni consecutivi di governo. Il che significa che per molti sarà necessario provvedere quanto prima alle nuove norme.


Ecco il Decreto.

Una Nota esplicativa pubblicata dal Dicastero insieme al Decreto, osserva che papa Francesco, “in linea con i predecessori, suggerisce di comprendere le esigenze richieste dal cammino di maturità ecclesiale delle aggregazioni di fedeli nell’ottica della conversione missionaria” (cfr. Evangelii gaudium, 29-30), indicando come prioritari “il rispetto della libertà personale; il superamento dell’autoreferenzialità, degli unilateralismi e delle assolutizzazioni; la promozione di una più ampia sinodalità, come anche il bene prezioso della comunione”.

La Nota evidenza che “non di rado la mancanza di limiti ai mandati di governo favorisce, in chi è chiamato a governare, forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi. Un cattivo esercizio del governo” - si osserva - “crea inevitabilmente conflitti e tensioni che feriscono la comunione, indebolendo lo slancio missionario”.

L’esperienza ha invece mostrato che “il ricambio generazionale degli organi di governo mediante la rotazione delle responsabilità direttive, apporta grandi benefici alla vitalità dell’associazione: è opportunità di crescita creativa e spinta per l’investimento formativo; rinvigorisce la fedeltà al carisma; dà respiro ed efficacia all’interpretazione dei segni dei tempi; incoraggia modalità nuove e attuali di azione missionaria”.

Nello stesso tempo, il Dicastero, “consapevole del ruolo chiave svolto dai fondatori”, si riserva di dispensarli dai limiti stabiliti ai mandati (Art. 5 del Decreto), tuttavia solo “se lo riterrà opportuno per lo sviluppo e la stabilità dell’associazione o dell’ente, e se tale dispensa corrispondesse alla chiara volontà dell’organo centrale di governo”.

In un articolo per L’Osservatore Romano, il padre gesuita Ulrich Rhode, decano della Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Gregoriana e consultore del Dicastero, precisa che, oltre alle 109 entità riconosciute o erette dal Dicastero, il Decreto si applica (ad eccezione dell’Art. 3 sulle procedure di elezione) anche ad altri enti soggetti alla vigilanza del Dicastero, tra cui il Cammino Neocatecumenale, l’Organismo Internazionale di Servizio del Sistema delle Cellule Parrocchiali di Evangelizzazione, l’Organismo Mondiale dei Cursillos de Cristiandad e il Catholic Charismatic Renewal International Service (CHARIS).

Padre Rhode, quindi, afferma: “Ci si può aspettare che molte associazioni dovranno convocare un’assemblea generale che decida le modifiche da apportare agli statuti da sottoporre al Dicastero per la necessaria approvazione. Una particolare urgenza sussiste per quelle associazioni in cui i limiti previsti dal Decreto sono già stati superati o lo saranno durante il periodo del mandato in corso”. Sottolinea, infine, l’opportunità che le associazioni diocesane e nazionali, pur non essendo tenute a osservare il Decreto, possano prenderlo in considerazione nel caso di una futura estensione delle norme o anche, semplicemente, per la loro ragionevolezza.

I contenuti del Decreto

Il dicastero dunque con un Decreto stabilisce che: "I mandati nell'organo centrale di governo a livello internazionale possono avere la durata massima di cinque anni ciascuno; la stessa persona può ricoprire un incarico nell'organo centrale di governo a livello internazionale per un periodo massimo di dieci anni consecutivi. Trascorso il limite massimo di dieci anni, la rielezione è possibile solo dopo una vacanza di un mandato".

"Chi ha esercitato le funzioni di moderatore per un massimo di dieci anni, non può accedere nuovamente a tale incarico; può, invece, ricoprire altri incarichi nell'organo centrale di governo a livello internazionale solo dopo una vacanza di due mandati relativi a tali incarichi".

Le stesse disposizioni stabiliscono che "i fondatori potranno essere dispensati" da queste norme ma su espressa indicazione del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Ai destinatari principali del Decreto, le nuove disposizioni aggiungono alcuni altri destinatari, ossia "altri enti a cui è stata concessa personalità giuridica e che sono soggetti alla vigilanza diretta del Dicastero per il Laici, la Famiglia e la Vita".

Il Papa rivoluziona il Sinodo, coinvolto tutto il popolo di Dio.

  • 29 Maggio 2021 |

papa francescoIl Papa rivoluziona il Sinodo, coinvolto tutto il popolo di Dio.

Tutti i cattolici saranno coinvolti nella partecipazione e nella decisione ognuno nella propria funzione.

Arriva una nuova' rivoluzione' nella Chiesa di Papa Francesco: l'assemblea che normalmente coinvolgeva solo i vescovi per decidere sulle grandi questioni ora partirà dal basso con la partecipazione di tutti i cattolici. Il Sinodo non sarà dunque "solo un evento, ma un processo che coinvolge in sinergia il Popolo di Dio, il Collegio episcopale e il Vescovo di Roma, ciascuno secondo la propria funzione", spiega la Santa Sede.

        Il percorso per la celebrazione del Sinodo si articolerà in tre fasi, tra ottobre 2021 e ottobre del 2023, con una fase diocesana, una continentale, fino a quella conclusiva a livello di Chiesa Universale.
Il cammino verso la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, si svolgerà secondo un tracciato articolato. L'apertura del Sinodo si terrà ad ottobre 2021 in Vaticano e in ciascuna diocesi.  Il cammino sarà inaugurato dal Papa in Vaticano il 9-10 ottobre.

Domenica 17 ottobre, si aprirà nelle diocesi, con la presidenza del rispettivo vescovo. La fase diocesana si svolgerà da ottobre 2021 ad aprile 2022. "L'obiettivo di questa fase - spiega il Vaticano - è la consultazione del Popolo di Dio affinché il processo sinodale si realizzi nell'ascolto della totalità dei battezzati". Per facilitare la consultazione e la partecipazione di tutti, la Segreteria Generale del Sinodo invierà un Documento preparatorio, accompagnato da un Questionario e da un Vademecum con proposte per realizzare la consultazione in ciascuna diocesi. Il documento sarà inviato anche ai Dicasteri della Curia Romana, alle congregazioni religiose maschili e femminili, ai movimenti internazionali dei laici e alle Università/Facoltà di Teologia. Ogni vescovo nominerà un responsabile, eventualmente un'equipe diocesano della consultazione sinodale: ogni Conferenza Episcopale nominerà a sua volta un responsabile, anche in questo potrebbe essere un’equipe, che possa fungere da referente e da collegamento tanto con i responsabili diocesani quanto con la Segreteria Generale del Sinodo.

      Dopo la chiusura della fase diocesana, ogni diocesi invierà i suoi contributi alla Conferenza Episcopale. La sintesi fatta dalla Conferenza Episcopale sarà inviata alla Segreteria Generale del Sinodo che procederà alla redazione del primo Instrumentum Laboris. Da settembre 2022 a marzo 2023 si svolgerà la fase continentale del Sinodo. Contemporaneamente alle riunioni pre-sinodali a livello continentale, si raccomanda che si svolgano anche assemblee internazionali di specialisti, che possano inviare i loro contributi alla Segreteria Generale del Sinodo che procederà alla redazione del secondo Instrumentum Laboris prima di giugno 2023. Il documento di lavoro sarà inviato ai partecipanti all'Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si terrà ad ottobre 2023. 

L'Arcivescovo di Denver attacca il cammino sinodale "radicale" tedesco.

  • 28 Maggio 2021 |

BishopAquilaFormal HighResNEW YORK – In una nuova lettera, l'arcivescovo Samuel Aquila ha preso di mira l'episcopato tedesco per quelle che considera proposte “radicali” emerse dal primo forum del "Cammino sinodale tedesco" che si è svolto nei primi mesi del 2021.

Il “testo fondamentale” del “Forum I: Potere e separazione dei poteri nella Chiesa - partecipazione e condivisione comune alla missione” include una proposta per rendere più democratico il processo di elezione di vescovi e pastori, mette in discussione il celibato sacerdotale e afferma che sono necessari chiarimenti per “aprire l'accesso delle donne al ministero ordinato nella Chiesa”.

All'inizio della settima sezione, nel documento di quindici pagine, intitolato "Una risposta al 'Forum I" del percorso sinodale cattolico tedesco: una lettera aperta ai vescovi cattolici del mondo ", L'Arcivescovo Aquila contesta l'affermazione secondo cui sono necessari chiarimenti sul tema dell'ordinazione delle donne.

"Ad un certo livello, le proposte del Testo fondamentale dipendono da un resoconto parziale e tendenzioso dell'origine e della natura del ministero ordinato, che è in contrasto con la comprensione definitiva della Chiesa dell'istituzione della Chiesa di Cristo", ha scritto l'Arcivescovo di Denver.

“A un livello più profondo, pur pretendendo di ancorarsi al Concilio Vaticano II, il Sentiero sinodale sfrutta un'interpretazione selettiva e fuorviante dei documenti del Concilio per sostenere visioni insostenibili della natura della Chiesa, del suo rapporto con il mondo e del suo fondamento sulla rivelazione divina, opinioni che è impossibile far quadrare con una lettura completa del concilio ".

Mons. Aquila fissa molte delle sue controversie in tutta la lettera sulle discrepanze tra ciò che propongono i vescovi tedeschi e ciò che è scritto nella Lumen gentium, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II.

Un altro ambito è la proposta di alterare la struttura gerarchica della chiesa. L'Arcivescovo Aquila definisce "un peccato" che il "testo fondamentale" ritenga che il modo migliore per riformare l'esercizio del potere sia "diffonderlo attraverso un sistema di pesi e contrappesi". E rileva che sia il Concilio Vaticano II che Papa Francesco hanno invece proposto un chiaro appello alla santità.

“Niente di tutto questo significa che i fedeli laici non possano o non debbano aiutare il clero nel governo della Chiesa”, scrive. "Ma la riforma nella Chiesa non può mai essere realizzata semplicemente condividendo un potere che rimane, a quanto pare, orientato al proprio interesse e non sufficientemente fondato sui doni e sulla volontà espressa di Gesù".

Invocando ancora una volta la Lumen Gentium, Mons. Aquila nota inoltre che il Concilio Vaticano II fonda la costituzione gerarchica della Chiesa nella «manifesta intenzione di Gesù Cristo e dello stesso Spirito Santo». “È quindi al di fuori della competenza della Chiesa, in Germania o altrove, modificarla fondamentalmente”, ha scritto.

I punti dell'Arcivescovo di Denver sulla struttura gerarchica, i suoi punti sull'ordinazione delle donne, si trovano entrambi nella terza sezione - la più lunga - della lettera, intitolata "Il sacramento dell'ordine e la struttura della Chiesa".

Le altre sezioni includono:

  • L'autorità del Signore Gesù Cristo
  • “Forum I” del Cammino Sinodale Cattolico Tedesco
  • La Chiesa come società e sacramento
  • La Chiesa e il mondo
  • La Chiesa e la Parola di Dio
  • Cristo crocifisso, il nostro primo amore

Un punto chiave fatto in queste sezioni è la convinzione che nel “testo fondamentale” l'Assemblea sinodale spera che la Chiesa venga accolta insieme ad altre istituzioni mondane.

“La lettura attenta del Testo fondamentale nella sua interezza rende difficile evitare la conclusione che l'Assemblea sinodale auspica di realizzare una Chiesa che, lungi dall'essere disposta a subire il disprezzo del mondo per la sua fedeltà a Cristo, sarà eminentemente condizionata dal mondo e da esso comodamente accettata come una rispettabile istituzione tra le altre”, scrive Mons. Aquila.

Tuttavia, fin dall'inizio della lettera, Aquila riconosce che nel primo foro l'Assemblea sinodale ha avuto ragione nell'esprimere angoscia per gli scandali degli abusi sessuali del clero e l'importanza di un'ulteriore attuazione del Concilio Vaticano II, in particolare nella piena realizzazione del ruolo del fedeli laici.

        Sul tema della crisi degli abusi sessuali del clero, Aquila ha sollevato l'importanza di un impegno pastorale per le vittime degli abusi del clero, messe in “riparazione dei peccati del clero e dei laici”, atti pubblici di contrizione e penitenza, e trasparenza.

Ha anche ammonito che mentre l'impatto finanziario sulla Chiesa degli scandali di abusi “è stato grave”, questa non può essere la motivazione principale per la riforma.

Invece, la nostra più grande preoccupazione deve essere il ripristino della fiducia di coloro che Cristo ha affidato alla Chiesa”, ha scritto.

Per chiudere la lettera, ha posto una serie di domande ai suoi confratelli vescovi.

"Offro questa lettera e queste domande per la preghiera e la riflessione", ha scritto. “Siamo disposti a parlare della Croce? Abbiamo il coraggio di camminare sulla via della Croce, portando il disprezzo del mondo per il messaggio del Vangelo? Ascolteremo noi stessi la chiamata del Signore Gesù al pentimento e avremo il coraggio di farla eco a un mondo incredulo? "





Pandemia: La preghiera della Chiesa afflitta dalle pestilenze.

  • 27 Aprile 2021 |

Siamo ormai vmaria rosario01icini all'inizio, con il 1° maggio 2021, del mese di preghiera che Papa Francesco ha indetto contro la Pandemia che sta ancora prepotentemente tormentando il mondo. La Chiesa non è nuova nell'affrontare queste tragiche situazioni. Per esempio, nella pestilenza a Coimbra (Portogallo) nel 1317, le Suore del Monastero di Santa Chiara, vicine all'epicentro dell'epidemia, riceverono da un pellegrino che si trovò a passare dal loro monastero, poi associato a San Bartolomeo, una preghiera per scongiurare il diffondersi dell'epidemia. Le Clarisse la recitarono fino a quando il flagello non si placò. Ecco quella preghiera.








La Stella del Cielo, che diè latte al Signore,
distrusse la peste della morte,
che fu introdotta al mondo dal progenitore degli uomini.
Si degni ora la medesima Stella placare il cielo,
che irato contro la terra
distrugge i popoli con la crudele piaga di morte.
O pietosissima Stella del mare,
Tu ne scampa dalla peste.
Sii propizia alle nostre preghiere, o Signora,
perché il tuo Figliuolo,
che nulla a Te nega, ti onora.
O Gesù, salva noi,
pei quali ti prega la Vergine tua Madre.

Prega per noi, Santa Madre di Dio.
E saremo degni delle promesse di Cristo.

Dio di misericordia, Dio di pietà, Dio di perdono, che ti movesti a compassione dell’afflizione del tuo popolo, e dicesti all’Angelo che percoteva il tuo popolo: Arresta il tuo braccio per amore di quella gloriosa Stella, dal cui prezioso petto succhiasti dolcemente il latte contro il veleno dei nostri peccati; vieni in nostro aiuto con la tua divina grazia affinché per intercessione della Beata Vergine Maria tua Madre e del Beato Bartolomeo Apostolo tuo diletto, siamo certamente liberati da qualsiasi contagio pestifero e dalla morte improvvisa, e siamo salvati da ogni pericolo di perderci. Per te, Gesù Cristo, Re della gloria, che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.

Da sempre la fede popolare si rivolge a protettori speciali per prevenire e combattere le malattie. Una tradizione che si rinnova, anche oggi, nei giorni del contagio da coronavirus.

La preghiera è un’arma potentissima contro la diffusione del male. A patto naturalmente che ci si creda davvero. Non stupisce allora che nei giorni dell’emergenza da coronavirus si moltiplichino le invocazioni di aiuto dall’Alto. Si guarda soprattutto alla Vergine Maria ma anche ai santi, che per vicende legate alla loro vita si sono dimostrati particolarmente attenti a un problema o a una particolare emergenza. A cominciare da santa Rita, la santa dei casi impossibili e disperati, che durante la sua esistenza curò i malati di peste nel lazzaretto di Roccaporena.

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Santa Rita da Cascia 

 

A lei ad esempio ha dedicato una speciale preghiera l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo. Sempre a lei si è rivolta la madre priora del Monastero Santa Rita di Cascia, suor Maria Rosa Bernardinis, pregando davanti all’urna che custodisce il corpo della santa. Ecco il testo della sua invocazione:

“In questi tempi difficili che ci vedono fragili e smarriti a causa del virus, mi rivolgo a te amata Santa Rita e chiedo la tua intercessione presso il Signore. Dona a tutti noi la forza dello Spirito, che tu hai saputo accogliere, per affrontare questa prova. Aiuta a non sentirsi soli coloro che sono in isolamento, anzi unisci noi tutti nella potenza della preghiera e nel tuo amorevole abbraccio. Rita, tu che sei sempre stata vicino ai sofferenti, sostieni chi è malato e accompagnalo con premura verso la guarigione. Tu che hai superato molti dolori, accogli in Cielo tutti coloro che hanno perduto la vita a causa del coronavirus e porta conforto alle loro famiglie, donandogli la pace del cuore. Fa’ che alle istituzioni e al personale sanitario non manchino energie e porgi loro la tua mano Rita, perché possano lavorare al meglio per la vita. Fa’ che arrivi il tuo supporto anche a chi si trova in difficoltà per le conseguenze socio-economiche. Aiutaci Santa Rita portando al Padre il nostro bisogno di speranza e guidaci a un domani migliore. Amen”.

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 San Rocco 

Protettore dalla peste e più in generale dalle epidemie è anche san Rocco, straordinaria figura di pellegrino vissuta nel XIV secolo che attraversò l’Italia curando e confortando gli appestati. Nei santuari e nelle chiese a lui dedicati, solo in Italia se ne contano circa 3mila, in questi giorni si organizzano novene e celebrazioni. Tra le preghiere che invocano la sua intercessione, ce n’è una brevissima e molto facile da ricordare.

“Rocco, pellegrino laico in Europa,
contagiato, incarcerato,
tu che hai guarito i corpi
e hai portato gli uomini a Dio,
intercedi per noi
e salvaci dalle miserie
del corpo e dell’anima”.

 

san sebastiano

 San Sebastiano 

 

Storicamente l’epidemia più diffusa e tragicamente nota all’umanità è quella della peste. Un contagio contro cui tradizionalmente ci si rivolge ad alcuni santi “speciali”. Oltre ai già citati santa Rita e san Rocco, san Michele Arcangelo, sant’Antonio abate, san Cristoforo e san Sebastiano. Quest’ultimo perché le ferite causate dalle frecce di cui è trafitto nell’iconografia classica sono paragonate ai bubboni della peste. Ecco una delle preghiera dedicate a san Sebastiano.

“Per quei prodigi strepitosi avvenuti nella tua vita, ti preghiamo, o glorioso martire San Sebastiano, di poter essere sempre animati da quella fede e da quella carità che opera i più grandi prodigi e poter essere così favoriti dalla divina assistenza in tutti i nostri bisogni”.

Comunque al di là del santo cui ci si rivolge, queste invocazioni sottolineano un dato comune: la fiducia nella forza della preghiera. Che ciascuno testimonia secondo la propria sensibilità. C’è chi predilige lunghe riflessioni e chi si limita a una semplice, e per questo ancora più bella “Ave Maria”.

 

 

Chiesa cattolica: un cambio di paradigma che viene da lontano.

  • 14 Novembre 2020 |
Mi capita spesso, in particolare davanti a chi è giunto ad una conversione da poco o chi non ha avuto tempo e possibilità di approfondire certe tematiche inerenti la Chiesa Cattolica e la sua dottrina che mi viene chiesto ma com'era la Chiesa 50-60 anni fa? Come siamo arrivati a questa Chiesa?

        Sgombriamo subito il campo dicendo che stiamo parlando dell'unica Chiesa di Cristo. Non ci sono differenti chiese nell'alveo cattolico. Certamente i diversi tempi storici che la Sposa di Cristo ha dovuto affrontare e superare hanno evidenziato come contingenze di natura eterogenea hanno influito, a volte in modo più importante, nel percorso che Cristo stesso aveva tracciato: la proclamazione del Vangelo, il nutrimento dei fedeli attraverso i Sacramenti, l'insegnamento della sana dottrina, una retta interpretazione delle Scritture, il dovere primario della "salus animarum" come necessità ontologica.

        Vi sono stati diversi processi che hanno portato la Chiesa cattolica alla condizione in cui oggi versa, principalmente sotto l'aspetto pastorale, ricordando le tante volte in cui il Pontefice Papa Francesco l'ha paragonata ad un "ospedale da campo" dopo una battaglia, possiamo dire a ragion veduta che in questo ospedale da campo la stessa Chiesa versa in gravi condizioni ed è in continuo peggioramento.
Ignorare questa reale condizione o fingere che vada tutto bene denota una grave cecità, non soltanto spirituale.

        Sono tanti coloro che, in diversi modi e a differenti livelli, ravvisano nell'attuale Pontefice una delle cause primarie di questo aggravamento. In questo breve excursus cercheremo di essere precisi ed obbiettivi illustrando come questa situazione sia precipitata sempre più a partire dal post-concilio fino ad oggi. Obbiettivamente tanto è stato fatto da Papa Francesco, che indipendentemente da una precisa volontà o meno, ha messo la Chiesa e tutto il suo popolo in un difficilissima situazione. Ma cerchiamo di capire come il "paradigma Bergoglio" abbia prevalso anche lì dove avrebbe potuto trovare delle resistenze e perché viene da lontano.
        Come tutti sapranno Papa Francesco fa parte di quella grande famiglia religiosa che sono i gesuiti.

Ignazio di Loyola01 La Compagnia di Gesù fu fondata da Sant'Ignazio di Loyola nel 1540 e approvata da papa Paolo III con la bolla Regimini Militantis ecclesiae. Il fine primario della Congregazione fu la maggior gloria di Dio (da qui il motto ad Maiorem Dei Gloriam) e la reazione contro l’eresia protestante. 
        Accadde però che non essendo riusciti a sradicare il protestantesimo, dopo quattro secoli e mezzo, pensarono di cambiare strategia e decisero di assimilarlo dando vita ad un processo d'integrazione. Tra i principali innovatori in tal senso vi è certamente il gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) che reputò necessaria la modifica della stessa identità della Chiesa cattolica e della Sua dottrina.
        Tra le frasi celebri di questo gesuita vi è questa: «Roma ed io abbiamo due concezioni diverse del mondo. Talvolta, nutro un vero e proprio odio verso tutto ciò che la storica e naturale Istituzione di Cristo oggi rappresenta»!
        Le sue opere come “La scienza e Cristo”, “Il fenomeno umano” e “L’ambiente divino” vennero condannate dal Sant’Uffizio, il 30 giugno 1962, con un “Monitum”, perché “racchiudono tali ambiguità ed errori, anche gravi, che offendono la dottrina cattolica”. La gravità delle sue affermazioni fu attestata anche dall'allora card. Ratzinger nel libro "Principles of Chatolic Theology” (“Princìpi di Teologia Cattolica”, Ignatius Press, San Francisco, 1987).

        Purtroppo i pensieri anticattolici di questo gesuita, che operò anche come paleontologo cercando di dimostrare e coniugare con il cattolicesimo la teoria dell'Evoluzione della specie, penetrarono anche il Concilio Vaticano II. Nella "Gaudium et Spes", possiamo trovare tutto il sapore teilhardiano. Il suo stesso ordine religioso La Compagnia di Gesù lo aveva sospeso dall’insegnamento delle materie di carattere filosofico-teologico e gli aveva proibito di pubblicare più nulla su quelle tematiche. Ma la "rivoluzione modernista" stava permeando non pochi teologi, autori e parecchia Gerarchia ecclesiastica.
Pierre Teilhard de Chardin        Con la "Nouvelle Théologie" verrà assestato un altro colpo decisivo per quello che ho denominato il cambio di paradigma della Chiesa cattolica tradizionale fondata sulla teologia scolastica. Tra i padri di questa "falsa teologia" ci fu il gesuita Henri de Lubac (1896-1991) che giunse a negare che i dogmi di Fede fossero assoluti, affermò che il Magistero della Chiesa avrebbe potuto mutare seguendo “tranquillamente” l’umore della coscienza umana, arrivando al concetto di umanità “autosufficiente.” Demolì il dogma del peccato originale nel senso inteso dalla Chiesa, mortificando il valore della Rivelazione e della Redenzione ridotte a realtà accessorie sulla base della visione gnostica di questa "nuova teologia".henri marie de lubac
        L’ex Sant’Uffizio esortò gli ordinari e i superiori di istituti religiosi, i rettori dei seminari e delle università a tutelare le anime dai rischi nascosti nelle trame dei suoi scritti, a partire dal concetto di creazione, che contemplava la teologia del “Cristo cosmico” e della noosfera, intesa come “coscienza collettiva”. La manovra messa in atto dai Gesuiti, alla fine degli anni Cinquanta, fu la sostituzione degli “assolutismi” del cattolicesimo, per giungere a un’osmosi etico-morale di natura ecumenica con il protestantesimo.

        Nel 1850 la Compagnia di Gesù fondò la rivista “La Civiltà Cattolica”. Nei primi decenni del nuovo secolo cambiò paradigma, prendendo una deriva antitetica alle battaglie che aveva affrontato. Si esternarono così le tesi eretiche del gesuita tedesco Karl Rahner (perito del cardinale Franz König durante il Vaticano II), imposto e studiato nei seminari e divenuto protagonista della svolta conciliare. Egli osò dire: “Nostro Signore deve conformarsi al mondo, non quest’ultimo a Lui!”. Il suo “cristianesimo anonimo” decretò che “chiunque segue la propria coscienza, cristiano o non cristiano, ateo o credente, ebbene tale persona è accettata da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiano-cattolica noi confessiamo come fine di tutti gli uomini”.
        La sua influenza si dimostrò devastante; la sua “dottrina”, presentandosi come un simulacro d’ortodossia, di fatto cedette ai desideri del mondo.  Rahner invitò all’abbraccio tra teologia e filosofia, contrastato da chi gli obiettava che “se la Verità (teologia) cede alla filosofia, o trattiamo la Verità come tale, o non siamo più di fronte alla Verità, ma al mero relativismo”.

     karl rahner01   Il suo ideale di Chiesa “inclusiva” necessita, secondo il suo pensiero, di un impianto ecclesiale rivoluzionario: nuove pastorali, nuovi sacramenti, nuova teologia e nuova liturgia, affinché si possa “traslocare” la centralità di Gesù Cristo e la sua Presenza Reale in favore dell’uomo.
        L’umanità è destinata a ricevere, a suo tempo, per mezzo della Grazia, la divinizzazione promessa, ma il gesuitismo sottrae all’uomo l’esperienza fondamentale della Croce, abolendo la conversione al Cristo Crocifisso, morto e risorto. Il povero viene usato per “divinizzare” l’uomo, senza pensare che anche il povero, come disse Madre Teresa di Calcutta, deve convertirsi a Cristo. La pastorale, com’è d’uso nel gesuitismo, sostituisce la dottrina e chi non accetta questo “dogma” pecca contro la misericordia.

        Questa teologia è parte integrante del modernismo, già definito “sintesi di tutte le eresie” da San Pio X nell’Enciclica del 1907 Pascendi Dominici grecis; il quale a proposito dei Gesuiti affermerà: “Non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici più dannosi della Chiesa”. Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, dichiarò che “la Chiesa è in ritardo di almeno 300 anni”. In ritardo rispetto a cosa? Alla modernità! Fu un appello a evitare le dispute dottrinali per collaborare soprattutto all’incontro ecumenista. “Grazie” all’invito, i protestanti furono fatti entrare, come “cavalli di Troia”, in qualità di periti dentro il Concilio Vaticano II e integrati in seno al cattolicesimo, il quale non potrà che essere contaminato dai loro “adattamenti teologici”.

        L’amletico Paolo VI riconobbe, più o meno convintamente, i gruppi carismatici cattolici originati dall’integrazione con i non cattolici e i non cristiani. La formazione dei loro incontri ecumenici vide sempre i Gesuiti come protagonisti. Negli incontri si abbandonarono il Signum Crucis e l’affermazione centrale e cruciale del credo cristiano cattolico  “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”  per una generica evocazione dello “spirito”.
Ci si concentrò sull’appagamento di una presunta unità insieme ai presenti (cattolici, pentecostali protestanti e non cristiani) sulla base di singole emozioni, facendo credere di adorare una stessa “energia divina”. Il Dio tutt’Uno del De Chardin panteista divenne “un sogno” possibile, e anche il sogno di una umanità “fusa in Dio” (ovviamente non cattolico).


        E Gesù Cristo si trasformò in un maestro universale, nato dalla “Nuova Èra” grazie alla spinta spiritualistica dei movimenti carismatici. Non fu più il “capo del Corpo, cioè della Chiesa” (Colossesi 1:18). Il gesuita indiano Anthony de Mello (1931-87), scomunicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, definì Dio “puro vuoto”, e Gesù Cristo non “figlio di Dio” ma “colui che ha insegnato che tutti gli uomini sono figli di Dio”.
Affermò, in un mix di cristianesimo e tradizioni orientali, che “la mente ha un potere che trasforma i desideri in realtà”. Anthony de Mello è morto, ma i suoi insegnamenti sono entrati nella nuova tradizione degli esercizi del gesuitismo.


        Ricorrere ai sogni, ai desideri, per renderli una realtà indipendentemente dal sogno o dal desiderio, è tipico del “magistero” gesuitico. Speculazione che si ritrova nella New Age, movimento condannato dalla Chiesa per le sue tesi incompatibili e opposte al cristianesimo, della quale comunque il “pio” gesuita De Chardin fu uno dei principali ispiratori. Il pastore protestante Rick Warren, studente dei centri di formazione dei Gesuiti, scrisse: “La Chiesa (somma di tutte le comunità cristiane cattoliche e non) è più grande di qualsiasi organizzazione al mondo. Tuttavia possiamo allargarci, includere, far entrare i musulmani, i buddhisti, gli induisti, tutte le religioni. Sento davvero che dobbiamo costruire ponti e abbattere ogni muro”… Non sono forse le stesse parole uscite dalla bocca di Papa Francesco?
        I Gesuiti si sono sempre sentiti prima Gesuiti e poi cattolici. Nel corso del XX secolo si convinsero, come nel XVI, che la Chiesa versasse in pericolo mortale e che solo loro potessero scongiurare la catastrofe. Nel 1954 Pio XII mostrò al suo confessore gesuita padre Entrich gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola: “Qui dentro troviamo la Compagnia di Gesù come Noi l’amiamo. Lo spirito di disciplina della Compagnia si è affievolito […] Noi siamo molto preoccupati dei Gesuiti di oggi. Ci rivolgiamo un rimprovero, di non esser intervenuti in modo più energico”. Il Venerabile Pio XII si chiedeva forse se sarebbe stato opportuno intervenire nella maniera di Clemente XIV?
        Durante il papato di Benedetto XVI, il gesuitismo ritenne che la tradizione si stesse troppo rivalutando, che si tornasse indietro nella storia della Chiesa, e l’occasione della sua rinuncia fu troppo ghiotta per non approfittarne. Benedetto, in occasione della 35esima Congregazione Generale della Compagnia di Gesù nel gennaio 2008, pretese il rispetto della fedeltà, sancita dal caratteristico “quarto voto” di obbedienza al Successore di Pietro, e chiese con fermezza che “la congregazione generale riaffermi la propria totale adesione alla dottrina cattolica”.

       Bergoglio vescovo01 Torniamo ai giorni nostri. Jorge Mario Bergoglio entrò nella Compagnia di Gesù nel 1958 e fu ordinato sacerdote nel 1969. Durante quegli undici anni, ricevette una formazione filosofica e dottrinale di stampo neomodernista, impregnata del pensiero dei confratelli europei (Rahner, de Lubac, Danielou, etc.) del movimento pseudo-teologico conosciuto come Nouvelle Theologie, corrente che come detto, seppur con qualche frenata non risolutiva dall’Humanae Vitae di Paolo VI al pontificato di Benedetto XVI, prese il sopravvento sulla scolastica tomista al Concilio Vaticano II.

       

I “nuovi teologi” riprendono le teorie moderniste dell’evoluzione dei dogmi, il relativismo morale, la confusione nel rapporto tra natura e Grazia, sostituendo il cristocentrismo con l’antropocentrismo.



Questo spiega i gravissimi errori dottrinali del magistero di Papa Francesco. A motivo di questa nuova visione teologica trovano posto le tante affermarzione del Pontefice, partendo da un interpretazione casuistica della pastorale, propria dei gesuiti. Nel magistero di papa Francesco, per esempio, l’adulterio e il concubinato non sono più atti intrinsecamente malvagi, mentre lo diviene la pena di morte. Per il pontefice regnante l’adultero e il reo non sono mai pienamente responsabili delle loro scelte, subendo il condizionamento delle circostanze, perciò non possono essere puniti. Se la persona non è colpevole delle scelte che compie, sparisce la giustizia, lasciando campo libero alla sola “misericordia”.
        In realtà, si tratta di un errato concetto di “misericordia”, poiché la vera Misericordia non è una “licenza” al male, né un’impunità alla colpa.
Dobbiamo anche dire che questo pontificato è il sintomo, non la causa della deriva dottrinale degli ultimi cinquant’anni. Abbiamo visto come questo fu reso possibile con un significativo apporto proprio dei Gesuiti durante il Concilio Vaticano II.

        Vogliamo riaffermare, a chi è convinto che un "buon cattolico" non possa parlare "male" del Papa e ci indica come coloro che lo fanno, che nessuno sta parlando "male" di Papa Francesco, che è il legittimo Pontefice eletto per mezzo di un regolare conclave, ma vogliamo anche con fermezza difendere la Verità che Cristo ci ha donato e che la Chiesa ha custodito nei secoli anche con il martirio e ricordare che il Papa, un qualsiasi Papa, non è sempre infallibile, ma soltanto quando egli parlando come capo universale della Chiesa si pronuncia "ex cathedra" su questioni inerenti la Fede e la morale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare. Ad esempio ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che ha detto sia opinabile.

        La suprema legge nella Chiesa, si legge nel codice di Diritto canonico, è la salus animarum e il primo balsamo per le anime è la Verità a cui è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo. Quindi sì obbedienza, ma non papolatria. Infatti il codice di Diritto canonico al n. 212 chiede ai fedeli da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce a loro il diritto di esprimere delle riserve “su ciò che riguarda il bene della chiesa”. Riportiamo alla lettera il punto 2 e 3 del canone 212:

§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona.

        Nulla di nuovo sotto il sole. San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia, in merito all’obbligo da parte dei convertiti di sottoporsi al giudaismo: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Il problema sta nel fatto che Paolo riprendeva Pietro per un aspetto pastorale e invece sono molteplici le critiche mosse a Papa Francesco da diversi soggetti inclusi alti prelati e teologi, sono soprattutto di carattere dottrinale.
        Ci si chiede, ma tutto questo potrebbe scandalizzare i fedeli, in particolare quando si sta parlando del Santo Padre. Di fronte a un simile rischio di scandalo è sempre doveroso e preferibile annunciare la Verità, con i giusti modi e il dovuto rispetto non è ammissibile che nella Chiesa regni la confusione, il dubbio, il sospetto. Oggi più che mai serve chiarezza e tanta preghiera, nella consapevolezza che Cristo non permetterà che il male vinca e preghiamo per il Papa con le stesse parole che furono di Gesù: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli». (Lc. 22, 31-32).

Lettera a Diogneto

  • 11 Ottobre 2020 |

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Torniamo con gioia all'Eucaristia

  • 22 Settembre 2020 |

Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19

12 settembre 2020

La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha inviato ai presidenti delle Conferenze episcopali una lettera — diffusa nella mattina di sabato 12 settembre — sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19. Ne pubblichiamo di seguito il testo in italiano.

La pandemia dovuta al virus Covid 19 ha prodotto stravolgimenti non solo nelle dinamiche sociali, familiari, economiche, formative e lavorative, ma anche nella vita della comunità cristiana, compresa la dimensione liturgica. Per togliere spazio di replicazione al virus è stato necessario un rigido distanziamento sociale, che ha avuto ripercussione su un tratto fondamentale della vita cristiana: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20); «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (At 2, 42-44).

La dimensione comunitaria ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l’uomo nella complementarietà relazionale tra maschio e femmina perché «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18), si pone in rapporto con l’uomo e la donna e li chiama a loro volta alla relazione con Lui: come bene intuì sant’Agostino, il nostro cuore è inquieto finché non trova Dio e non riposa in Lui (cfr. Confessioni, I, 1). Il Signore Gesù iniziò il suo ministero pubblico chiamando a sé un gruppo di discepoli perché condividessero con lui la vita e l’annuncio del Regno; da questo piccolo gregge nasce la Chiesa. Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l’immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune. Mentre i pagani costruivano templi dedicati alla sola divinità, ai quali le persone non avevano accesso, i cristiani, appena godettero della libertà di culto, subito edificarono luoghi che fossero domus Dei et domus ecclesiae, dove i fedeli potessero riconoscersi come comunità di Dio, popolo convocato per il culto e costituito in assemblea santa. Dio quindi può proclamare: «Io sono il tuo Dio, tu sarai il mio popolo» (cfr. Es 6, 7; Dt 14, 2). Il Signore si mantiene fedele alla sua Alleanza (cfr. Dt 7, 9) e Israele diventa per ciò stesso Dimora di Dio, luogo santo della sua presenza nel mondo (cfr. Es 29, 45; Lv 26, 11-12). Per questo la casa del Signore suppone la presenza della famiglia dei figli di Dio. Anche oggi, nella preghiera di dedicazione di una nuova chiesa, il Vescovo chiede che essa sia ciò che per sua natura deve essere:

«[...] sia sempre per tutti un luogo santo [...].
Qui il fonte della grazia lavi le nostre colpe,
perché i tuoi figli muoiano al peccato
e rinascano alla vita nel tuo Spirito.
Qui la santa assemblea
riunita intorno all’altare,
celebri il memoriale della Pasqua
e si nutra al banchetto della parola
e del corpo di Cristo.
Qui lieta risuoni la liturgia di lode
e la voce degli uomini si unisca ai cori degli angeli;
qui salga a te la preghiera incessante
per la salvezza del mondo.
Qui il povero trovi misericordia,
l’oppresso ottenga libertà vera
e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli,
finché tutti giungano alla gioia piena
nella santa Gerusalemme del cielo».

La comunità cristiana non ha mai perseguito l’isolamento e non ha mai fatto della chiesa una città dalle porte chiuse. Formati al valore della vita comunitaria e alla ricerca del bene comune, i cristiani hanno sempre cercato l’inserimento nella società, pur nella consapevolezza di una alterità: essere nel mondo senza appartenere a esso e senza ridursi a esso (cfr. Lettera a Diogneto, 5-6). E anche nell’emergenza pandemica è emerso un grande senso di responsabilità: in ascolto e collaborazione con le autorità civili e con gli esperti, i Vescovi e le loro conferenze territoriali sono stati pronti ad assumere decisioni difficili e dolorose, fino alla sospensione prolungata della partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia. Questa Congregazione è profondamente grata ai Vescovi per l’impegno e lo sforzo profusi nel tentare di dare risposta, nel modo migliore possibile, a una situazione imprevista e complessa.

Non appena però le circostanze lo consentono, è necessario e urgente tornare alla normalità della vita cristiana, che ha l’edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell’Eucaristia, come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (Sacrosanctum Concilium, 10).

Consapevoli del fatto che Dio non abbandona mai l’umanità che ha creato, e che anche le prove più dure possono portare frutti di grazia, abbiamo accettato la lontananza dall’altare del Signore come un tempo di digiuno eucaristico, utile a farcene riscoprire l’importanza vitale, la bellezza e la preziosità incommensurabile. Appena possibile però, occorre tornare all’Eucaristia con il cuore purificato, con uno stupore rinnovato, con un accresciuto desiderio di incontrare il Signore, di stare con lui, di riceverlo per portarlo ai fratelli con la testimonianza di una vita piena di fede, di amore e di speranza.

Questo tempo di privazione ci può dare la grazia di comprendere il cuore dei nostri fratelli martiri di Abitene (inizi del iv secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: «Sine Dominico non possumus». L’assoluto non possumus (non possiamo) e la pregnanza di significato del neutro sostantivato Dominicum (quello che è del Signore) non si possono tradurre con una sola parola. Una brevissima espressione compendia una grande ricchezza di sfumature e significati che si offrono oggi alla nostra meditazione:

— Non possiamo vivere, essere cristiani, realizzare appieno la nostra umanità e i desideri di bene e di felicità che albergano nel cuore senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, pronunciata da Dio per chi oggi apre il cuore all’ascolto;

— Non possiamo vivere da cristiani senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l’uomo che era morto a causa del peccato; il Redentore associa a sé l’umanità e la riconduce al Padre; nell’abbraccio del Crocifisso trova luce e conforto ogni umana sofferenza;

— Non possiamo senza il banchetto dell’Eucaristia, mensa del Signore alla quale siamo invitati come figli e fratelli per ricevere lo stesso Cristo Risorto, presente in corpo, sangue, anima e divinità in quel Pane del cielo che ci sostiene nelle gioie e nelle fatiche del pellegrinaggio terreno;

— Non possiamo senza la comunità cristiana, la famiglia del Signore: abbiamo bisogno di incontrare i fratelli che condividono la figliolanza di Dio, la fraternità di Cristo, la vocazione e la ricerca della santità e della salvezza delle loro anime nella ricca diversità di età, storie personali, carismi e vocazioni;

— Non possiamo senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede, dove abbiamo scoperto la presenza provvidente del Signore e ne abbiamo scoperto l’abbraccio misericordioso che rialza chi è caduto, dove abbiamo consacrato la nostra vocazione alla sequela religiosa o al matrimonio, dove abbiamo supplicato e ringraziato, gioito e pianto, dove abbiamo affidato al Padre i nostri cari che hanno completato il pellegrinaggio terreno;

— Non possiamo senza il giorno del Signore, senza la Domenica che dà luce e senso al succedersi dei giorni del lavoro e delle responsabilità familiari e sociali.

Per quanto i mezzi di comunicazione svolgano un apprezzato servizio verso gli ammalati e coloro che sono impossibilitati a recarsi in chiesa, e hanno prestato un grande servizio nella trasmissione della Santa Messa nel tempo nel quale non c’era la possibilità di celebrare comunitariamente, nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile. Una volta individuati e adottati gli accorgimenti concretamente esperibili per ridurre al minimo il contagio del virus, è necessario che tutti riprendano il loro posto nell’assemblea dei fratelli, riscoprano l’insostituibile preziosità e bellezza della celebrazione, richiamino e attraggano con il contagio dell’entusiasmo i fratelli e le sorelle scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti.

Questo Dicastero intende ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia.

La dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all’induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli.

Si confida nell’azione prudente ma ferma dei Vescovi perché la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia non sia derubricata dalle autorità pubbliche a un “assembramento”, e non sia considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative.

Le norme liturgiche non sono materia sulla quale possono legiferare le autorità civili, ma soltanto le competenti autorità ecclesiastiche (cfr. Sacrosanctum Concilium, 22).

Si faciliti la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni, ma senza improvvisate sperimentazioni rituali e nel pieno rispetto delle norme, contenute nei libri liturgici, che ne regolano lo svolgimento. Nella liturgia, esperienza di sacralità, di santità e di bellezza che trasfigura, si pregusta l’armonia della beatitudine eterna: si abbia cura quindi per la dignità dei luoghi, delle suppellettili sacre, delle modalità celebrative, secondo l’autorevole indicazione del Concilio Vaticano II: «I riti splendano per nobile semplicità» (Sacrosanctum Concilium, 34).

Si riconosca ai fedeli il diritto di ricevere il Corpo di Cristo e di adorare il Signore presente nell’Eucaristia nei modi previsti, senza limitazioni che vadano addirittura al di là di quanto previsto dalle norme igieniche emanate dalle autorità pubbliche o dai Vescovi.

I fedeli nella celebrazione eucaristica adorano Gesù Risorto presente; e vediamo che con tanta facilità si perde il senso della adorazione, la preghiera di adorazione. Chiediamo ai Pastori di insistere, nelle loro catechesi, sulla necessità dell’adorazione.

Un principio sicuro per non sbagliare è l’obbedienza. Obbedienza alle norme della Chiesa, obbedienza ai Vescovi. In tempi di difficoltà (ad esempio pensiamo alle guerre, alle pandemie) i Vescovi e le Conferenze Episcopali possono dare normative provvisorie alle quali si deve obbedire. La obbedienza custodisce il tesoro affidato alla Chiesa. Queste misure dettate dai Vescovi e dalle Conferenze Episcopali scadono quando la situazione torna alla normalità.

La Chiesa continuerà a custodire la persona umana nella sua totalità. Essa testimonia la speranza, invita a confidare in Dio, ricorda che l’esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l’eternità è la nostra meta, la nostra vocazione. Questa è la fede della Chiesa, testimoniata lungo i secoli da schiere di martiri e di santi, un annuncio positivo che libera da riduzionismi unidimensionali, dalle ideologie: alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l’annuncio e l’accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime. Continuiamo dunque ad affidarci con fiducia alla misericordia di Dio, a invocare l’intercessione della beata Vergine Maria, salus infirmorum et auxilium christianorum, per tutti coloro che sono provati duramente dalla pandemia e da ogni altra afflizione, perseveriamo nella preghiera per coloro che hanno lasciato questa vita, e al contempo rinnoviamo il proposito di essere testimoni del Risorto e annunciatori di una speranza certa, che trascende i limiti di questo mondo.

Dal Vaticano, 15 agosto 2020 Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa il 3 settembre 2020, al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha approvato la presente Lettera e ne ha ordinato la pubblicazione.

Robert Cardinale Sarah
Prefetto

Prot. n.432/20

Esaltazione della Santa Croce

  • 14 Settembre 2020 |

Recita questa preghiera

A colui che recita questa preghiera dopo la Comunione, dinanzi all’immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l’indulgenza plenaria nei singoli venerdì del tempo quaresimale e nel Venerdì Santo; l’indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell’anno. (Pio IX) 

Eccomi, o mio amato e buon Gesù,
che alla santissima tua presenza prostrato,
Ti prego con il fervore più vivo
di stampare nel mio cuore
sentimenti di fede, di speranza e di carità,
di dolore dei miei peccati
e di proponimento di non più offenderti;
mentre io con tutto l’amore
e con tutta la compassione
vado considerando le tue cinque Piaghe,
cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù,
il santo profeta Davide:
Hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa (Sal 21,17-18).

Pater, Ave e Gloria (per l’acquisto dell’indulgenza plenaria)

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà come in Cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. 

 

Gesù mio, perdono e misericordia!
Per i meriti delle tue Sante Piaghe.

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